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LA POLITICA ENERGETICA DI DONALD TRUMP


LA POLITICA ENERGETICA DI DONALD TRUMP

La politica energetica del magnate americano ormai candidato alla presidenza degli Stati Uniti sembra essere definita. Qualora riesca a spuntarla nella prossima campagna elettorale, il piano energetico sarà un passo indietro e addirittura controcorrente rispetto agli impegni presi alla Cop21 di Parigi. Una politica che potrebbe rappresentare un vero ritorno al passato con un mix di fonti fossili, minori restrizioni ambientali e assai poca considerazione per gli accordi internazionali contro il cambiamento climatico. In pratica la politica ambientale di Donald Trump sembra quanto di più lontano si possa immaginare dalla green economy lanciata da Obama, seppure tra mille difficoltà.

Il programma repubblicano vorrebbe risollevare l’industria del carbone, attualmente in crisi in seguito al boom dell’estrazione di gas e petrolio dai giacimenti non convenzionali. In particolare, ciò che ha messo in ginocchio il mercato del carbone è l’abbondanza di shale gas a basso costo, ma anche il calo della domanda elettrica e le regole più severe fissate dall’EPA (Environmental Protection Agency) per limitare l’inquinamento atmosferico. Per questo motivo alcuni stati come la California stanno puntando sempre di più alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica piuttosto che all’energia fossile. Tuttavia sembra esserci una contraddizione nella politica energetica di Donald Trump: il suo principale consulente, Harold Hamm, candidato al Dipartimento dell’Energia punta principalmente a un maggiore sfruttamento del petrolio statunitense per raggiungere una indipendenza energetica e questo è, in realtà, un fattore di concorrenza proprio per l’industria del carbone.

Politica Energetica Donald Trump

Tuttavia, l’estrazione del petrolio ha raggiunto costi elevati a causa dei prezzi bassi del barile e della scarsa remunerazione estrattiva. In pratica i più elevati costi del fracking, rispetto all’estrazione di oro nero dai bacini tradizionali, hanno fatto chiudere tantissimi pozzi e interrotto l’esplorazione di nuove risorse. La politica energetica di Trump e dei repubblicani tuttavia sostiene l’utilità di continuare l’estrazione in quanto sembra essere sbagliato mantenere l’energia sottoterra, perché così facendo si perdono posti di lavoro e opportunità di crescita economica.

Trump sembra essere inoltre favorevole alla realizzazione del mega oleodotto incompiuto Keystone XL progettat da TransCanada che avrebbe dovuto trasportare più di 800.000 barili di bitume al giorno dal Canada agli Stati Uniti. Il motivo per cui i lavori di costruzione dell’impianto sono stati interrotti sono da ricercare negli elevati costi ambientali che ne derivano: prodotto canadese è quello estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta, con miniere a cielo aperto molto inquinanti e responsabili delle devastazioni di interi ecosistemi, foreste in particolare. I repubblicani sostengono che una infrastruttura del genere possa ridurre le importazioni di materia prima da Sudamerica e Medio Oriente creando una maggiore indipendenza energetica del paese.


COSA NE SARA’DELLE RINNOVABILI?

Il programma energetico di Trump non contiene molti riferimenti alle rinnovabili. La politica ambientale potrebbe basarsi sullo sviluppo delle tecnologie pulite senza l’intervento dello Stato, ovvero senza incentivi federali. Del resto, dal 1947 in poi, i sussidi pubblici destinati alle energie pulite sono sempre stati irrisori: 141 milioni di dollari a fronte di un totale di 619 destinati all’energia in generale.

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